21/08/2007

Le specialità del menù erano piatti a base di pesce, mi disse papà; gli risposi che a me il pesce non piaceva, possibile che non se lo ricordasse? Lui mi guardò sorpreso, come se fosse la prima volta. Ordinò spigola per due al cameriere e poi rivolto a me aggiunse un “vedrai che ti piacerà, cara”, con quella sua erre arrotata che odiavo. Lo guardai di traverso e non risposi.

A fine pranzo ordinò una bottiglia di brachetto: dovevamo festeggiare, disse, dovevamo festeggiare il suo libro di prossima pubblicazione. Era una raccolta di poesie: due erano dedicate a me, molte ad una donna indicata con lo pseudonimo di Cloe, forse era mia madre, una era per mio nonno morto da pochi anni… Le avevo lette, erano belle, e lui lo sapeva.

Fuori dal ristorante mi prese sotto braccio, senza smettere di parlare del suo libro.

Salimmo in macchina che lui ancora parlava. Mi sistemai sul sedile. Guardavo fuori dal finestrino e mi godevo l’odore dei rivestimenti, un odore che ho sempre ritrovato nelle auto che lui ha avuto in vent’anni, e la musica dello stereo, anche quella sempre la stessa. Ha dell’incredibile davvero: a un uomo che ha cambiato forse dodici, tredici lavori e donne non lo so, ma sicuramente di più (ci somigliamo, in questo) riesce di mantenere intatte certe sfumature, certe scenografie.

Fuori faceva freddo e il cielo era scuro, io avevo sonno: per buona parte della notte avevo lavorato alla tesina per l’esame di drammaturgia, avrei dovuto consegnarla il giorno dopo, avrei voluto parlarne a papà, ma non era mai semplice parlare con lui. Da bambina, quando ancora lui abitava con noi, spesso mi aiutava nei compiti di matematica. Quando sono cresciuta i problemi sono stati sempre più difficili e lui non sempre era in grado di risolverli. Poi se n’è andato. E’ sempre stato orgoglioso dei risultati che ottenevo nei miei studi, dopo la maturità si sarebbe aspettato che m’iscrivessi a ingegneria o a medicina, diceva sempre: tu non sei come me, tu puoi fare quello che vuoi nella vita. Io m’iscrissi a lettere e quando glielo dissi mi guardò con aria sognante e mi chiese se avevo intenzione di diventare una scrittrice: gli risposi un “no” secco, lui scosse la testa e disse che io non ero come lui, che io potevo fare ciò che volevo, che potevo diventare anche scrittrice, lo disse con un tono di voce assurdamente dolce e tenero, che aveva del grottesco. Mi sentii ferita, non so bene perché, era come se lui avesse cercato di violare i miei sogni più intimi e segreti.

Procedevamo a velocità abbastanza sostenuta, per una strada secondaria che tagliava la campagna, papà aveva una guida molto sicura e “sportiva”. Non c’erano altre auto.

Decisi improvvisamente di chiederglielo, volevo saperlo e temevo la sua risposta.

Papà, chi è Cloe? E’ la mamma?

Lui stette un istante in silenzio. Poi rispose con il solito tono mellifluo che usava con me e facendo numerose pause, pesando ogni singola parola mi disse che Cloe era solo un simbolo, era la speranza, la salvezza, la forza di volontà grazie alla quale aveva superato le sue difficoltà ma, aggiunse, mia madre era la donna che sicuramente più aveva amato in tutta la sua vita e l'avrebbe sempre amata più di tutte. Sembrava che facesse una rassegna stampa, immaginai di leggere quelle stesse parole in un giornale, in risposta alla domanda “Chi è Cloe”, postagli da un qualche critico letterario. Sentii una grande stanchezza, dentro.

Lo guardavo, lui armeggiava con l’autoradio, voleva cambiare la cassetta, per un attimo non guardò la strada.

Distolsi lo sguardo da lui e vidi, in mezzo alla carreggiata, un gattino, piccolo, fulvo.

Papà, gridai.

Lui alzò la testa.

Lo vide.

Sterzò.

Una, due volte.

Frenò.

Lo sentii sotto di me: qualcosa di pesante, di solido, di vivo, che rimbalzava.

L’auto si fermò. Scesi. Dietro la macchina, sull’asfalto, stava il corpo del gattino, immobile.

Mi buttai a sedere per terra, le gambe avevano ceduto, e improvvisamente scoppiai a piangere, in modo violento, irrefrenabile.

Papà dovette spaventarsi: ricordo lo sguardo sgomento che aveva mentre ripeteva in modo confuso che non era colpa sua, che aveva cercato, aveva provato, ma non era stato possibile, la velocità…

Parlava, parlava e si scusava, nemmeno lui sapeva di cosa si scusava, nemmeno io sapevo perché piangevo, e passammo un tempo, indeterminatamente lungo, in cui lui mi teneva sempre più stretta… ed io mi sentivo sempre meno stanca.


postato da: chiarafattori alle ore 18:35 | Permalink | commenti (3)
categoria:in prosa
01/08/2007
Quando ti dicono: "Bella questa bambinia, è sua?", e tu, che sei soltanto l'educatrice che la sta accompagnando nel bagno della piscina, ti ritrovi a pensare : "Magari", allora è davvero, irreparabilmente, finita, la tua adolescenza.
postato da: chiarafattori alle ore 17:31 | Permalink | commenti (3)
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