26/03/2005

Il professor Fabbri le aveva fatto leggere a voce alta il tema davanti alla classe. Le era piaciuto: sentiva gli sguardi dei suoi compagni su di lei, li sentiva invidiosi e ammirati, ma forse era solo una sua impressione. Il professore aveva a lungo elogiato la sua capacità di “raccontare”, questa parola aveva usato, e il “coraggio” di rendere pubblico un fatto così privato. In realtà quello che aveva scritto se l’era inventato, non del tutto ma quasi. Non era riuscita a trovare nella sua vita una vicenda abbastanza deludente che rispondesse alla traccia del tema data dal professore quella mattina, e per questo si sentiva in colpa.

Il giorno dopo era l’ultimo giorno prima delle vacanze di Pasqua, Denise l’aveva invitata a casa sua in campagna per il giorno di Pasquetta.
“Ci saranno anche i nonni, ma dopo pranzo possiamo andare in camera a guardare un film da sole, ho tantissime videocassette”
“Devo chiederlo ai miei”
Erano appoggiate al termosifone nell’atrio, intorno il chiasso assordante della ricreazione. Sandro e Ale correvano a slalom tra i compagni passandosi con i piedi una palla di carta e nastro adesivo, Lucia in fondo alle scale si arricciava i capelli biondi con le dita e faceva le fossette nelle guance sorridendo ai tre di terza che si contendevano le sue attenzioni, il professor Fabbri in un angolo parlava animatamente con quella di matematica.
“Dài Silvia, non ti diranno di no”
“Non lo so, forse dobbiamo andare dagli zii di Pisa”
“Che strazio”
“Già”
Il giorno prima Silvia aveva litigato con sua madre: lei voleva mettere una sua maglia color turchese, la mamma non voleva perché diceva che era troppo scollata, e perché lei aveva tante maglie non c’era motivo che prendesse una delle sue. A Silvia non piacevano le sue maglie, così infantili, voleva per una volta una maglia più da donna, ma alla mamma non l’aveva detto, e si era chiusa in camera per tutta la sera, senza nemmeno guardare il suo telefilm preferito alla tv.
“Ho litigato con mamma ieri, non credo che mi manderà”
“Ma che strazio”
“Già”

Dopo la ricreazione due ore di inglese e poi la campanella dell’ultim’ora, accolta con un boato di contentezza: una settimana di vacanza, che sarebbe passata velocissima, ma che al momento sembrava dovesse durare tantissimo.
All’uscita Silvia aveva incrociato il professor Fabbri.
“Auguri Silvia”
“Grazie… professore io dovrei dirle una cosa”
“Dimmi”
Si sentì il cuore che le accelerava dentro.
“Il tema… quello di ieri… io me la sono inventata quella storia, non è vera”
Il professore sorrise.
“Lo so”
“Come?”
Non ci credeva.
“E non è arrabbiato?”
“Lo sono stato, un po’, ma ora sono contento che me lo hai detto. Comunque era una bella storia. Ma vorrei che per le vacanze riprovassi a farlo, scrivendo la verità stavolta” “Non dirà niente agli altri, vero?”
Sorrise di nuovo, a Silvia piaceva il suo sorriso.
“No”

A casa la mamma aveva fatto la pasta al ragù che a lei non piaceva.
“Silvia c’è una cosa per te di là sul letto”
“Un regalo?”
“Sì, vai”
Sulla trapunta aragosta, impacchettata di rosa, c’era una bellissima maglia color turchese, non molto scollata ma aderente in vita e abbottonata davanti.
“Mamma, è bella!”
“Bene, mi dài un bacio allora?”
“Sì”
“E ora vieni a mangiare la pasta, senza lamentele”

La sera il babbo aveva portato due uova di cioccolato per lei e Michela.
Dentro Silvia aveva trovato un ciondolo color turchese, Michela una scatola di pennarelli, che subito aveva cominciato ad usare sul suo libro da colorare.
“Starà benissimo con la tua maglia nuova” le aveva detto il babbo.
Poi avevano guardato insieme la televisione mangiando la cioccolata.

Mentre Michela dormiva nel letto accanto, Silvia aveva riscritto il suo tema per il professor Fabbri: aveva parlato della maglia color turchese e dell’uovo di cioccolato, del giorno di Pasquetta che non le era permesso di trascorrere nella casa in campagna di Denise perché doveva andare dagli zii di Pisa. Aveva poi scritto della sua paura, che un po’ era anche desiderio, quello di crescere, e di mettere e fare quello che più le sarebbe piaciuto, ma un po’ anche una paura, per tutti loro, per la sua mamma e il suo babbo, e per Michela, perché poi non sarebbero più stati quello che erano adesso.

postato da: chiarafattori alle ore 12:25 | Permalink | commenti (2)
categoria:in prosa