Cammina ogni mattina per mezz'ora: la scuola dove lavora è in centro e a lui non piace l'autobus, la macchina la prende solo la domenica per andare al mare con Livia.
Il professor Fabbri insegna italiano, storia e geografia alla scuola media Michelangelo Buonarroti.
Ai suoi ragazzi legge Calvino e insegna a scegliere le parole giuste da scrivere, o almeno ci prova, anche se nessuno di loro sembra avere il desiderio di diventare scrittore, tranne forse Silvia.
Dei suoi ragazzi ce ne sono alcuni che non hanno nemmeno il desiderio di imparare, alcuni poi che altri professori definiscono "difficili", come Martino; il professor Fabbri ha solo l'impressione che siano confusi e soli, e se li sente nel cuore, fardelli di tristezza e rassegnazione.
Angelo è stato suo allievo, ora è avvocato. Lo va a trovare spesso, a casa, e insieme ricordano i vecchi compagni, molti il professore non li ha più rivisti. Livia prepara il caffè, poi si siede con loro e ascolta: alcuni dei ragazzi che nomina Angelo li ha conosciuti anche lei, perché ha insegnato francese al liceo.
"Di Sandro che mi dici? Si è laureato?"
"Sì, l'altro mese"
"Finalmente, ce n'ha messo di tempo! E Lucia? L'ha avuto il bambino?"
"Una bambina, professore… Giulia…è bella, le somiglia"
"E… Pietro?"
"Sempre uguale… i genitori non hanno più speranza"
"Mi piacerebbe andare a trovarlo… ma non saprei cosa dirgli"
"Che non lo ha dimenticato"
"E' passato un bel po' di tempo"
La nebbia si diradava e apparivano stralci di sole e di cielo azzurro.
Il professor Fabbri si sedette sui gradini della scuola, di fianco ad un ragazzino coi capelli rossi.
"Che c'è, Pietro? Perché non entri?"
"Non mi va"
"Perché?"
"Così"
"Me lo devi dire o dovrò chiamare i tuoi genitori, se me lo dici non lo dirò a nessuno, nemmeno a loro"
"Non mi vogliono, mi odiano"
"Chi?"
"I maschi… mi chiamano frocio"
"…"
"E' perché non so giocare bene a pallone e mi piace disegnare… prima mi chiamavano femmina"
Al professore venne da ridere, ma si sforzò di non farlo.
La domenica il professor Fabbri e Livia vanno al mare, ogni domenica dell'anno: a lei piace di più in estate, a lui in inverno.
Sono sposati da trent'anni.
Si sono conosciuti all'università. Lei saliva le scale davanti alla biblioteca tenendo in bilico tre grossi volumi sulle braccia, lui si piegò per raccoglierle un foglio sgualcito che le era caduto sui gradini sbrecciati, da una rapida occhiata sembrava una poesia, lei ringraziò sorridendo, lui arrossì lievemente.
Silvia è una bambina pallida, silenziosa, ha lunghi capelli biondi e sottili, e occhi che scrutano, che mettono in imbarazzo e un po' spaventano. In un tema ha scritto che spesso, quando è da sola, nella sua camera, sogna di entrare in un libro e di diventare, così, bella e forte come le eroine dei romanzi, come Rossella O'Hara o Jane Eyre, che poi forse tanto bella non era. Al professor Fabbri Silvia piace, non perché ha i voti più alti di tutta la classe, ma perché è sicuro che crescerà in fretta e diventerà una donna felice, lo ha detto anche alla madre, all'ultimo ricevimento dei genitori, e alla donna quasi sono venute le lacrime agli occhi…
"Vorresti essere bella e forte, Silvia?"
"…"
"Pensi di non esserlo?"
"No, non credo, professore"
"Credi che lo diventerai?"
"Forse…"
"Probabilmente lo diventerai, quando sarai più grande, non è bello crescere troppo presto"
"Lucia è cresciuta troppo presto" dice Angelo.
"Sì, me lo ricordo…"
"Era già una donna, professore… già a tredici anni"
"No, non lo era… ma sembrava, è vero…"
Il professor Volpi gli dette di gomito e gli sussurrò:
"Guarda là, che splendida ninfetta!"
Lucia stava appoggiata al radiatore in corridoio, le gambe messe bene in mostra dalla gonna un po' troppo corta, i capelli neri raccolti in una coda di cavallo. Sembrava molto più grande delle sue compagne. Si voltò verso il professore e gli sorrise, aveva uno sbaffo di rossetto sui denti, poi si staccò dal radiatore e camminò in direzione del bagno, ancheggiando goffamente.
"E' solo una ragazzina, non fare l'imbecille, Sergio"
Le domeniche d'estate, il professore e sua moglie, vanno in spiaggia a prendere il sole, d'inverno invece siedono ad uno dei bar sul lungomare, a bere tè o una cioccolata calda. Parlano di scuola, perlopiù, ma qualche volta Livia confessa i viaggi che le piacerebbe fare, se solo non avesse tanta paura di prendere l'aereo, lui allora le racconta di quando è stato in America, da ragazzo, e a lei brillano gli occhi, come ad una bambina.
I genitori di Martino sono "poveri", parola che gli altri insegnanti non vogliono dire, o che al massimo sussurrano, come fosse una grave malattia, o il nome di un dio. Dopo le scuole medie lui andrà a lavorare, non sa dove. Il professor Fabbri sa che lui non vuole imparare, che non ha interesse a farlo e cerca di lasciarlo stare; solo alle volte lo fa parlare, quando lui vuole, quando riesce a farlo ascoltare dagli altri.
"Quanti anni avevi, Martino?"
"Tre"
"E ti ricordi qualcosa?"
"Mio nonno, il rumore… siamo scappati"
Martino è nato al sud, è venuto ad abitare qui dopo il terremoto. Un giorno il professore è riuscito a farglielo raccontare, in classe: tutti lo hanno ascoltato rapiti e poi hanno fatto una ricerca sul terremoto in Irpinia.
"Sandro era fuori di testa, professore!"
"Sì, non aveva voglia di studiare, è stato così anche al liceo… vero Livia?"
Lei annuisce e aggiunge "è sempre stato un bel ragazzo, però"
"Oh, sì, signora, bello, ma…"
"Stronzo vuoi dire, Angelo?"
"Beh, sì, professore…"
"Sì, è vero…un figlio di papà"
"Anche un po' figlio di…"
Il professore sorride, lievemente imbarazzato.
"Sandro, devo interrogarti, sei rimasto solo tu senza voto…"
"Non posso, prof"
"Perché?"
"Non ho potuto studiare"
"Perché?"
"Ho avuto cose più importanti da fare…sa com'è…"
"No, non lo sappiamo, vuoi illuminarci?"
"Vediamo… sono andato a giocare a pallacanestro e poi…sono stato in giro con i miei amici"
"Non mi sembra una buona ragione. Dammi il diario, ti scrivo una nota per i tuoi genitori, e ti metterò un voto negativo e …e domani ti interrogherò, guarda di studiare…"
"Okey, prof"
Il professor Fabbri e Livia siedono su sedie di metallo sulla veranda di un bar, non fa molto freddo e lei mangia un gelato alla crema.
"Sai, Luigi, penso che dovresti andare a trovarlo Pietro"
"Ne sei sicura?"
"Sì… beh, se vuoi"
"Sì che vorrei… ma che gli dico?"
"Niente, vai solo a trovarlo…"
"Dovrò dirgli qualcosa"
"Non so… cos'è che gli dicesti quella volta sulle scale?"
"Che gli dissi, Livia? Stronzate gli dissi… che non doveva preoccuparsi… che tutto si sarebbe sistemato… cose così… ma ora, ora che gli devo dire?!?"
"Cose così, Luigi… cose così…"
"Allora, vuoi entrare, Pietro?"
Il ragazzino con i capelli rossi annuì.
"Andiamo, allora"
"Professore, non dica niente ai miei genitori…e nemmeno in classe"
"Va bene"
"Professore… a me non è che non riesce di giocare a pallone, ma davvero non mi piace…"
Questa volta il professore non riuscì a trattenersi… e scoppiò a ridere…




