Si andava sempre al Bar dei Mille, tutte le sere. E si stava a parlare seduti fuori sulle sedie di plastica bianche, d'estate, o dentro a giocare a carte, d'inverno. Eravamo io, Gianni, Silvia e Carlo. Poi Carlo si trasferì al nord e Silvia si sposò, allora io e Gianni si andava al Bar dei Mille da soli e per giocare a carte ogni tanto ci si aggregava a qualcun altro che faceva il sette e mezzo.
Una sera eravamo seduti fuori, si era già d'autunno inoltrato, ma si stava ancora bene. Gianni aveva una ragazza a quei tempi, si chiamava Luna e faceva la ballerina in discoteca, "la cubbista" precisava lei con il suo accento calabrese che le faceva raddoppiare le b. Era molto bella, vistosa, sembrava anche tanto giovane ma non ero sicuro che non fosse solo per via del trucco.
"Tutto bene con Luna?"
"Sì, grazie Tommi, tutto bene, e tu?"
"Tutto bene"
Io una ragazza non ce l'avevo: da più d'un anno mi ero lasciato da Laura.
"Senti, Gianni ma tuo cugino ce l'ha sempre quella voliera giù vicino all'argine?"
"E come no!"
"Ah, e senti non è che me li darebbe, quando ce l'ha, un fagianino o un paio di piccioni?"
"I piccioni non ce li tiene più, ma fagiani sì eccome, glielo dico, sta' tranquillo"
"Grazie"
"Di nulla, Tommi, ti pare"
C'erano lunghi silenzi, tra Gianni e me, in cui fumavamo o ci si faceva una birra: non si era grandi parlatori, noi due; la Silvia lo era, lei era "la nostra stella", così la chiamavamo, e sia io che Carlo l'amavamo segretamente.
Lui l'ha dimenticata di certo, là dove abita ora, ma io la vedo tutti i sabati, con la sua bambina o da sola, quando viene al mercato a comprare la frutta al mio banco, e ancora sento come un groviglio nello stomaco che non mi si scioglie.
"Senti Tommi, è il compleanno di Luna domenica, e mi piacerebbe portarla a pranzo fuori, magari in quel ristorante a Livorno, ricordi dove si andò con Carlo…"
"Sì, me lo ricordo"
"Non è che ti piacerebbe venire anche a te?"
"A me? Eh, mi potrebbe anche piacere, ma da solo con voi due, che ci fo?"
"O Tommi, su, o che ti devo dire, portati la mamma!"
Io abitavo da solo con mia madre, che era ancora giovane e spesso mi aiutava anche col banco, quando il ragazzo era malato o sotto le feste che c'era più lavoro.
"Ma no, Gianni, che dici"
"Vieni da solo, a Luna stai simpatico, è contenta se ci sei"
"Va bene"
"Allora, ti passo a prendere io a mezzogiorno"
"Sì, ora vado, ciao"
"Ciao"
Tornavo sempre a casa verso le undici, al massimo le undici e mezzo: la mattina mi dovevo alzare alle cinque, tranne quando era festa.
Due giorni dopo era domenica. Gianni mi passò a prendere all'una meno un quarto: era sempre in ritardo quando portava con sé Luna.
"Ciao Luna"
"Ciao tesoro"
Mi sedetti sul sedile posteriore. Mia madre venne fuori ancora con indosso il vestito della messa per gridarci dietro di stare attenti: Luna la salutò con la mano fuori dal finestrino aperto.
Al ristorante Gianni aveva prenotato un tavolo con vista sul mare. Mangiammo cozze e gamberoni, molto, e bevemmo anche tanto, specie io e Gianni, Luna non mangiava e non beveva granché. Teneva gli occhiali scuri anche a tavola perché diceva aveva dormito solo quattr'ore e aveva le occhiaie. Mi dispiacevo di non poter vedere i suoi occhi scuri che avevano un taglio molto bello.
Dopo pranzo si fece una passeggiata sulla spiaggia. Luna ci prese tutti e due sotto braccio. Portava degli stivaletti neri col tacco a spillo che le davano un'andatura vacillante sulla sabbia.
Poi ci sedemmo sui giubbotti stesi. Lei cominciò a raccontare barzellette spinte. Ridemmo. Poi loro due cominciarono a baciarsi, ed io allora mi stesi con gli occhi chiusi; mi piaceva stare lì a sentire l'odore del sale.
Passò una settimana, uguale alle altre, la mattina ai mercati e la sera al Bar dei Mille. Fino al venerdì.
Erano le dieci e Gianni non s'era visto: mi sembrava strano, anche se era già capitato altre volte che magari stava a casa fino a che Luna non usciva per andare a lavorare. Stavo per chiamarlo, quando arrivò. Era in automobile con Luna; lei non mi salutò e non mi guardò nemmeno, lui scese.
"Tommi…"
Era pallido e strano.
"Ciao, che succede?"
"Accompagno Luna alla discoteca, è successa una cosa, ieri sera…"
"Che è successo?"
Mi si avvicinò di più al viso, l'alito gli puzzava un po' di vino.
"Dei tipi le hanno dato noia" disse a bassa voce "vado a vedere un po'"
Gianni non c'era mai andato alla discoteca dove lavorava Luna. Lei ci aveva invitati, anche me, tante volte, ma non eravamo adatti e non si aveva più l'età: era di quelle dove ci andavano i ragazzi di vent'anni.
"Sicuro?"
"Ma che sei matto? Certo. Ci vediamo, Tommi"
"Ci vediamo"
Si poteva dire che Gianni fosse il mio migliore amico, o almeno l'unico che mi era rimasto dai tempi della scuola, perché con Carlo ci si sentiva una volta l'anno e con Silvia ci si vedeva solo al mercato. Gianni era uno con cui si poteva parlare e che se avevo bisogno di un favore me lo faceva.
Insomma, Gianni era un amico, e io quella volta non fui capace che di dirgli "Sicuro". Non mi venne nemmeno in mente di offrirmi di aiutarlo, non ci pensai a parlarci, a consigliarlo, a chiedergli altre informazioni. Niente.
Lui se ne andò via e io salutai quelli del bar e me ne andai a letto.
La mattina dopo era sabato e il banco lo tenevo al mercato del paese.
Silvia arrivò più o meno alla solita ora, con la bambina per mano.
Indossava un trench beige. I capelli erano sciolti, di solito li portava legati a treccia. Li aveva sempre belli, spessi e lucidi. Sembrava che gli anni non passassero affatto per lei, che era snella e fresca come da ragazza.
Comprò più o meno le solite cose. Lattuga, cavolfiore, fagiolini e frutta di vari tipi.
"Mangia tanta frutta la bambina, eh?"
"Anche io, anche io…"
Sorrise, pagò e se ne andò via. La bimba mi fece ciao con la mano.
Poco dopo arrivò mia madre. Non aveva il soprabito e camminava trafelata.
Capii subito che c'era qualcosa che non andava.
Lei passò dietro al banco, mi tirò da parte per la manica. Parlava veloce e non capii bene.
"Gianni, Gianni…" ripeteva.
E allora capii.
Chiusi tutto, non parlai con nessuno e tornai a casa.
Gianni era andato a quella discoteca e voleva vedere quelli che avevano "dato noia" a Luna, voleva dare loro una lezione. Ma non fare a pugni, no, lui a pugni non aveva mai fatto, voleva magari dir loro di lasciarla stare. Lei mi disse che l'aveva implorato di lasciar perdere, che c'erano quelli della sorveglianza, "i buttafuori" li chiamano, che ci avrebbero pensato loro, ma lui volle andarci lo stesso, "per dare solo un'occhiata" disse.
Lo ammazzarono con un paio di coltellate.
Poi li presero, i ragazzini, uno aveva solo diciassette anni, gli altri due ne avevano ventuno.
Li presero, e dissero che nemmeno l'avevano voluto ammazzare, che non credevano fosse morto.
Luna se ne andò via subito dopo il funerale, se ne tornò al suo paese.
Al funerale c'era anche Silvia col marito. Lei indossava lo stesso trench beige che aveva quella mattina e portava i capelli legati a treccia.
Mi venne a baciare sulle guance, io le strinsi forte le mani: era da anni che non la toccavo.
"Non piangere, stella…"
"Oh, Tommi… Carlo l'hai avvertito?"
"Sì, non poteva venire, sai, ha la moglie di nove mesi…"
"E' sposato?"
"Sì, da un anno"
"Oddio, non lo sapevo…" sentivo che le tremavano le mani, non mi guardava negli occhi "lo devo chiamare"
"Ce l'hai il numero?"
"Sì. Ora devo andare, ho lasciato la bambina dalla mamma"
"Sì, ciao stella…"
L'abbracciai, detti la mano al marito.
Salutai le poche altre persone che avevo da salutare e poi tornai a casa.
Questo succedeva quattro anni fa.
Il Bar dei Mille ora ha cambiato gestione, e anche nome.
Io, non ci sono più andato.




