Questa mattina mi sono alzata con un gran dispiacere, nascosto dentro da qualche parte.
L' ho cercato per un po', poi l' ho lasciato stare e sono uscita per andare al lavoro.
L'autobus delle sette e trenta: quieto e triste.
La signora che siede di fronte a me avrà forse settant'anni, ha un cappotto elegante, antiquato, deve essere costato parecchio quando è stato comprato, forse quindici anni fa, ha scarpe da tennis bianche e una grossa borsa di pelle. Parla a voce alta, da sola, o forse con la sua borsa.
Le ragazze, sedute dietro di me, le sento ridere.
L'ufficio: male illuminato. Ci sono, dappertutto, segni di me.
Il lavoro è tanto, non so se riuscirò a finirlo per venerdì, così vorrebbe il capo. Cerco di concentrarmi e di fare in fretta: per pranzo devo uscire almeno un paio d'ore, devo vedere Marta, lei si sposa il mese prossimo.
Ci sono mattine che sono come film: le vedi e non ci sei, le guardi scorrere e pensi a quanto ti somiglia la donna che indaga il monitor di quel computer, e preme i tasti senza guardarli.
Outlook mi avverte che c'è un messaggio per me: è di lui, mi scrive da Roma, sarà a casa stasera.
Lui, che forse non amo più.
Il collega che è appena entrato è un giovane dallo sguardo incerto, cammina un po' ingobbito, porta una risma di fogli bianchi e un depliant da farmi leggere. Mi guarda impacciato, farfuglia che gli dispiace avermi disturbato, esce mentre io lo ringrazio e sorrido.
Lo squillo del telefono: vivace e irritante.
E' lui:
- Hai ricevuto…
- Sì.
- Stasera…
- Sì.
Lui parla a lungo. La sua voce è come un lampo, come un getto di acqua fredda, o come uno squarcio della pellicola, che interrompe bruscamente la proiezione.
La musica della sua voce è la stessa di anni fa, è una mano tesa che cerca di afferrarmi.
Il dispiacere che sento, invece, è lo stesso di quando mi sono alzata, questa mattina.
- Ora devo attaccare, a stasera.
- A stasera…
Il collega che è entrato in questo momento mi guarda, con il suo sguardo indeciso, e forse si domanda perché sto qui, davanti al computer acceso, seduta, da sola, a piangere.




